Il contributo intende analizzare da un’angolatura meno consueta il celebre romanzo di Alan Paton pubblicato nel 1948, opera che, nonostante una ricezione locale più ostile nei decenni contrassegnati da un inasprimento delle politiche radicali, rappresenta tuttora una pietra miliare nella storia della letteratura sudafricana in inglese. “Cry, the Beloved Country: A Story of Comfort in Desolation” offre nuovi orizzonti di indagine se lo si collega alla prospettiva dell’ambientalismo e della “sensibilità ecologica” che affiora in vari personaggi raffigurati nel testo, da Stephen Kumalo (il parroco Zulu) alla famiglia Jarvis e Napoleon Letsitsi (l’agronomo Xhosa). Paton, scrittore, insegnante, direttore di riformatorio e noto attivista anti-apartheid originario dell’odierno KwaZulu-Natal, modellò il proprio universo narrativo intrecciando un dialogo profondo con le realtà rurali e urbane del territorio sudafricano, saccheggiato dai progetti coloniali europei e dalle politiche segregazioniste. Di qui la rilevanza, nel romanzo esaminato, del motivo della degradazione dell’ambiente e dello sfruttamento selvaggio delle risorse in una delle punte estreme del mondo occidentale, all’epoca un angolo semi-dimenticato dell’Impero. Precorrendo la “eco-narrative”, “Cry, the Beloved Country” spinge a riflettere sulla necessità di ripristinare un equilibrio ecosistemico che richiede un cambiamento di mentalità e approccio, oltre a misure operative immediate: il risanamento prenderà avvio grazie a un’etica della sostenibilità ispirata ai principi dell’interdipendenza biologica, della conservazione e della continuità.
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Laura Giovannelli (2016) studied this question.
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